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Napoli - CampaniaGeografia. Città capoluogo dell'omonima provincia e della Campania, situata a 17 m sulla costa tirrenica, nella parte più interna del golfo che dalla città prende il nome. Comune di 117,27 km2 con 1.073. 212 abitanti. L'abitato si stende ad anfiteatro su due ampie insenature falcate, separate da un tozzo aggetto peninsulare, adagiandosi sulle pendici dei rilievi retrostanti (Campi Flegrei) e spingendosi a NE su una fertile pianura, che si apre tra i Campi Flegrei e il Vesuvio ed è percorsa dal f. Sebeto. Posta in uno scenario incantevole, fra i più belli e celebrati del Mediterraneo, la città ha manifestato una poderosa tendenza agglomerativa, saldando a sé i numerosi e popolosi centri che le fanno corona in uno dei paesaggi più intensamente urbanizzati d'Italia. UrbanisticaIl nucleo originario sorse probabilmente sull'isolotto di Megaride, su cui fu poi eretto Castel dell'Ovo, e alla base della collina di Pizzofalcone, estendendosi poi, in età greca e in età romana repubblicana, più a NE, dove l'abitato ebbe una regolare struttura a scacchiera con lunghe strade ortogonali, ricalcate ora dai tracciati delle vie San Biagio dei Librai, dei Tribunali e della Sapienza. L'abitato si estese già in età romana imperiale oltre l'originaria cinta muraria, espandendosi ulteriormente in epoca medievale e perdendo la regolarità dello schema urbanistico romano anche per la necessità di adattamento alla topografia della zona. Divenuta la città capitale di un vasto regno, sotto gli Angioini e gli Aragonesi ebbe luogo una cospicua espansione edilizia, che interessò successivamente le aree intorno al nucleo romano. All'epoca del viceré Pietro di Toledo, si svilupparono nella zona a SW della cinta muraria, fra la costa di Santa Lucia e la base del colle di Sant'Elmo, i cosiddetti quartieri spagnoli, con struttura regolare e strette vie chiuse da alti fabbricati. A quell'epoca risale pure l'apertura dell'ampia via Toledo (ora via Roma), che divenne ben presto la maggior arteria cittadina, sostituendo in questa funzione l'odierna via dei Tribunali, cioè l'antico decumanus maximus della città romana. Nel sec. XVIII l'abitato si estese ancora ampiamente alla base della collina di Capodimonte intorno all'Albergo dei Poveri e sulle pendici del colle di Capodichino. Venivano intanto costruite le regge di Capodimonte e di Portici e il Teatro San Carlo e aperte nuove arterie, quali gli odierni corso Garibaldi e via del Duomo. Un vasto rinnovamento urbanistico ed edilizio ebbe luogo all'indomani dell'epidemia colerica del 1884: buona parte dei quartieri più antichi fu abbattuta o sventrata, dando origine a nuove importanti direttrici urbane, quale specialmente l'ampio corso Umberto I con le sue diramazioni delle vie Sanfelice e Depretis. Con l'inizio del sec. XX, migliorate le condizioni igienico-sanitarie e potenziate le attività industriali e portuali, lo sviluppo demografico e urbanistico assunse un ritmo più veloce; l'abitato si estese rapidamente in pochi decenni sul ripiano del Vomero e sulle pendici collinari da Posillipo a Capodichino, mentre a SW sorgeva il quartiere di Fuorigrotta, collegato al centro urbano dalla metropolitana e da tre gallerie sotto la collina di Posillipo. Nel 1925 il comune di N. incorporò il territorio dei soppressi comuni di San Pietro a Patierno, Barra, Ponticelli, San Giovanni a Teduccio, nel 1926 aggregò il territorio dei comuni di Secondigliano, Chiaiano e Uniti, Pianura e Soccavo, e l'anno successivo l'isola di Nisida, staccata dal comune di Pozzuoli. Lo sviluppo edilizio più recente si è attuato in varie direzioni, specialmente a W da Fuorigrotta verso Bagnoli e Pozzuoli, a NNE verso i centri di Pianura, di Chiaiano e di Guantai, a NE nell'area di espansione industriale di Secondigliano-Casoria, a E e a SE con l'ampliamento di Ponticelli e dei quartieri industriali di Barra e di San Giovanni a Teduccio. Dal punto di vista urbanistico, appaiono purtroppo evidenti gli effetti dell'assenza di un piano regolatore proprio nella fase di maggiore dinamismo, tradottosi largamente negli eccessi di un'edilizia privata sottratta a ogni controllo e comunque in interventi non coordinati dal punto di vista sia funzionale, sia territoriale. Invero, nel 1962, era stata istituita una commissione per il piano regolatore, che aveva correttamente impostato il lavoro in un'ottica comprensoriale, individuando un insieme di ben 96 comuni (addirittura oltre l'intera provincia) interessati dallo sviluppo dell'area metropolitana. In effetti, N. andava già allora esercitando un'attrazione di tipo monopolare, concentrando in sé le attività economiche e trasformando i comuni del suo hinterland in 'dormitori' svuotati di ogni identità urbana. Ciò determinava problemi gestionali (a cominciare dal traffico) e sociali di enorme portata, destinati ad aggravarsi fino all'esito attuale, purtroppo ben noto. Solo nel 1972 veniva approvato lo strumento urbanistico generale, preceduto da due varianti relative alla grande viabilità e alla localizzazione di un centro direzionale nella zona di Poggioreale, mediante la riconversione di aree industriali dismesse. La pratica attuazione di questi orientamenti doveva ricevere impulso da eventi calamitosi quali quelli dei terremoti del novembre 1980 e del febbraio 1981, che, facendo precipitare la già esistente situazione di degrado del patrimonio architettonico nel centro storico, dettero l'avvio a un processo di ristrutturazione sostenuto da ingenti risorse pubbliche. Pur interpretato, ancora una volta, in senso più edilizio che urbanistico, tale processo ha accelerato la tendenza al decentramento, soprattutto verso i quartieri e i comuni della 'cintura' occidentale e settentrionale (Pianura e Piscinola-Secondigliano; Quarto e Marano). Sono poi nelle previsioni o in fase di realizzazione altri progetti, specie infrastrutturali: il citato centro direzionale di Poggioreale, la metropolitana collinare, le aree di parcheggio, la valorizzazione delle preesistenze ambientali. Nel 1995 l'UNESCO ha inserito il centro storico di N. nell'elenco dei monumenti da salvare. Popolazione: All'atto dell'unità d'Italia (1861), N. risultava la maggiore città del Paese, con ca. 440.000 ab.; nell'ultima parte del secolo, tuttavia, la popolazione cresceva in misura (25%, per 547.000 ab. al censimento del 1901) nettamente inferiore ad altre grandi città (p. es., Milano: +155%, ovvero da 192.000 a 490.000 ab., nello stesso periodo). Ciò si doveva, sostanzialmente, all'inevitabile difficoltà di competere con centri già economicamente più avanzati, ma soprattutto situati in posizione ben diversamente favorevole rispetto al 'cuore' europeo della rivoluzione industriale. Le misure adottate, all'inizio del Novecento, in favore delle attività produttive napoletane e le nuove tendenze dei movimenti migratori (per cui N. diveniva meta intermedia o finale di ingenti flussi provenienti dalla Campania e dall'intero Mezzogiorno) manifestavano i loro effetti attraverso incrementi di popolazione ben più rapidi: +22% al 1911 (668.000 ab.) e ancora +15% al 1921 (770.000 ab.). Le restrizioni degli spostamenti interni, nel periodo fascista, frenavano nuovamente la crescita fino agli anni Trenta (865.000 ab. nel 1936), ma nel secondo dopoguerra essa riesplodeva, facendo toccare all'unità comunale, ormai per larga parte occupata dall'agglomerato edilizio compatto, prima il traguardo del milione di ab. (1951) e poi la punta massima di 1.227.000 ab. (1971). La limitata disponibilità di spazio aveva determinato una fortissima intensificazione della densità abitativa, che nel centro storico (ovvero la città ottocentesca) raggiungeva punte di 50.000 ab./km2. E se questa parte centrale dell'area urbana aveva cominciato a perdere popolazione già dagli anni Cinquanta, dimezzando la propria incidenza demografica (dal 50% al 26% del totale comunale) nel periodo 1951-81, dagli anni Settanta era l'intero aggregato a manifestare sintomi sempre più marcati di decentramento residenziale: -1,2% nel decennio in questione, ma ben -12,8% nel successivo, per cui, al censimento del 1991, la popolazione del comune era tornata quasi ai livelli del 1951. N. è da tempo molto urbanizzato e respinge abitanti dal degradato centro storico: così la popolazione, secondo una stima del 1995, è scesa a 1 053 737 ab., proseguendo nel decremento lento e costante registrato già a partire dagli anni Ottanta. Anche la popolazione della provincia (3 095 077 ab.) registra un leggero calo, ma la dinamica demografica non è uguale per tutti i comuni: infatti, mentre i centri delle zone più interne vedono diminuire ancora il numero degli abitanti, quelli della fronte costiera presentano aumenti di popolazione ed estesa urbanizzazione. La zona partenopea, in particolare, rimane un'area di forte addensamento umano, come testimonia il valore della densità della prov. di N. (2643 ab./km2), con tutti i problemi connessi, primo fra tutti quello del traffico, che è forse più grave rispetto a qualunque altra parte d'Italia. Economia. L'avvio di un moderno processo di industrializzazione si ebbe, a N., già nel secolo scorso, in particolare nei settori tessile, meccanico e cantieristico; con l'unificazione d'Italia e l'abolizione delle barriere doganali protezionistiche tuttavia, esso si trovò drasticamente frenato dalla concorrenza della più solida e agguerrita industria dell'Italia settentrionale. Dopo la II guerra mondiale, l'economia napoletana fu notevolmente potenziata e arricchita con numerosi impianti industriali, dalle dimensioni grandi e medie, operanti nei settori siderurgico (Bagnoli), chimico, metalmeccanico, alimentare, tessile, dell'abbigliamento, del vetro e dei materiali da costruzione. Ai margini della metropoli si venivano così a formare tre grandi aree di espansione delle attività industriali: la prima in ordine di tempo è quella di Bagnoli-Coroglio; la seconda comprende i sobborghi di San Giovanni a Teduccio, Barra e Poggioreale; la più recente interessa i sobborghi di Miano, Capodichino e Secondigliano. Il settore manifatturiero, nel quale coesistevano le grandi imprese pubbliche e le piccole unità produttive artigianali, disperse nel tessuto abitativo, mostrava sintomi di crisi già negli anni Settanta, quando perdeva ca. 12.000 dei suoi 70.000 posti di lavoro, non del tutto compensati dalla crescita di un terziario che pure si attestava sulle 230.000 unità lavorative. Di queste ultime, peraltro, poco meno della metà erano addette al commercio e ai trasporti, ca. il 10% alla pubblica amministrazione e oltre il 20% a servizi personali in gran parte 'banali', mentre solo poco più del 10% operavano nei rami del quaternario, ovvero nelle attività direzionali, finanziarie, di ricerca e sviluppo. Gli anni Ottanta, segnati dalle gravi conseguenze del terremoto, hanno visto consolidarsi la tendenza alla deindustrializzazione, culminata nella chiusura (1990) dello stabilimento siderurgico di Bagnoli, da tempo coinvolto nella crisi di sovrapproduzione a scala nazionale e comunitaria, e per di più alquanto obsoleto. Fulcro delle attività economiche di N. è stato a lungo il porto, di origine angioina, progressivamente attrezzato e ampliato fino a occupare tutto l'arco litoraneo fra il centro storico e San Giovanni a Teduccio. Anche l'aeroporto (Capodichino), ormai raggiunto dall'espansione urbana, attende una nuova localizzazione. Le intense attività commerciali sono affiancate da manifestazioni fieristiche, ospitate dal vasto (675.000 m2) complesso della Mostra d'Oltremare. N. ha conservato, peraltro, un notevole prestigio culturale, come sede di istituzioni museali e teatrali, di un'antica università (recentemente sdoppiata) e di altri centri, pure a livello universitario, specializzati in particolari branche di studi (orientalistici, marittimi). Importante l'osservatorio astronomico, situato a Capodimonte. Storia. Neapolis (in gr. Città nuova) sarebbe stata preceduta da una Paleopolis (Città vecchia) e da una Parthenope, fondazioni di Greci, presenti sul golfo fin dal sec. VII a. C., ma il problema, di natura archeologica, rimane aperto. Certo concorsero alla formazione della città esuli da Cuma, occupata dai Sanniti nel sec. V a. C. Di origine comunque greca, N. entrò nell'orbita romana nella seconda metà del sec. IV a. C. e rimase fedele a Roma contro Pirro e contro Annibale. Eretta a municipio (90 a. C.), fu coinvolta nelle guerre civili del sec. I a. C. e ne riportò gravi danni. In età imperiale, fu largamente favorita dagli imperatori e sviluppò le sue risorse di importante scalo marittimo, di sbocco di un ampio retroterra e di centro culturale. Conquistata dagli Ostrogoti (493), solo alla fine della guerra greco-gotica passò dopo gravi sofferenze all'amministrazione bizantina (553) come capitale di un ducato largamente autonomo. Durante l'età bizantina (553-1137), sotto i duchi, alcuni al tempo stesso vescovi, N. riuscì a salvaguardare la propria libertà più volte seriamente minacciata, oltre che da sporadici interventi diretti dei sovrani nominali di Bisanzio, dai Longobardi, dai Franchi, dagli Arabi e dal Papato, con una politica duttile e tortuosa di alleanze e con un'intensa operosità. Attaccata da Roberto il Guiscardo (1077), non sostenne la successiva spinta dei Normanni e Ruggero II d'Altavilla, divenuto re di Sicilia, l'annesse dopo una lunga lotta al regno (1139). La città si adattò lentamente alla perdita dell'indipendenza di cui di fatto aveva sempre goduto e a essere posposta a Palermo, capitale del regno, come capoluogo del principato di Capua; apprezzò tuttavia alcune temperate libertà concesse da Guglielmo II il Buono, e quando l'eredità normanna passò a Enrico VI di Svevia sostenne contro di lui il normanno Tancredi di Lecce, e si arrese allo Svevo solo dopo una dura resistenza, che pagò a caro prezzo (1194). Il governo illuminato di Federico II non valse a riconciliare del tutto N. con la nuova dinastia, che le anteponeva sempre Palermo, e l'assoggettava a un pesante regime fiscale. Dopo la scomparsa di Federico II, nonostante la tutela papale, finì col cedere a Manfredi (1256), che s'adoprò per accattivarsene la popolazione. Ma sotto l'egida papale Carlo I d'Angiò instaurò un nuovo regime sulla rovina degli ultimi Svevi (Manfredi vinto e ucciso nella battaglia di Benevento, 1266; Corradino vinto a Tagliacozzo e decapitato a Napoli, 1268), e quando con la rivolta dei Vespri perdette la Sicilia, fece di N. la capitale del regno. E capitale di regno la città rimase fino al 1860. Grazie a questo ruolo essa acquistò prestigio, divenne un centro politico ed economico internazionale, un polo d'attrazione della cultura, soprattutto al tempo di Roberto il Saggio; ma pagò con sacrifici gravissimi questa sua crescita, oppressa da un fiscalismo implacabile e segnata da un sempre più profondo squilibrio sociale tra un'esigua minoranza privilegiata e una massa crescente di popolo economicamente e socialmente di livello umilissimo, con una classe media esigua e per di più costituita soprattutto di forestieri (fiorentini, veneziani, provenzali, fiamminghi, ecc.). L'amministrazione cittadina (con i cosiddetti 'seggi', rappresentanze dei quartieri) aveva, nei confronti della corte, autonomia e mezzi molto limitati per andare incontro ai bisogni della popolazione, spesso anche colpita da calamità naturali. La città tuttavia godeva di fama e ammirazione universali (testimone G. Boccaccio). Agli Angioini, che dopo Roberto volsero in una decadenza spesso tragica, subentrò per conquista Alfonso V d'Aragona dopo un lungo assedio (1442). Benché politicamente e culturalmente all'avanguardia nell'Italia dell'Umanesimo e del Rinascimento, la dinastia aragonese fu non meno impopolare di quella angioina, soprattutto per l'invadenza di elementi catalani in tutti i settori più importanti della vita cittadina, né valse a conquistarle il popolo la sua magnificenza. La sua fine ingloriosa, dapprima all'arrivo di Carlo VIII di Francia, che vi entrò senza colpo ferire come rivendicatore dei diritti degli Angioini (1495), e infine all'ingresso di Consalvo di Cordova, che prese possesso della città in nome di Ferdinando il Cattolico (1503), dando inizio alla dominazione spagnola, non fu per nulla ostacolata dalla popolazione, divenuta politicamente indifferente, ancorché sempre sensibilissima alle suggestioni della regalità. La città ebbe da allora una notevole espansione, soprattutto a seguito dell'immigrazione di genti dalle campagne, ma vide anche momenti assai tristi: l'assedio del visconte di Lautrec, Odet de Foix (1528), l'insurrezione di Masaniello contro il viceré Ponce de Léon (1647), il diffondersi di una pestilenza (1656) che dimezzò la popolazione, la congiura del principe di Macchia (1701). Nel corso della guerra di successione spagnola, il vicereame di N. passò agli Austriaci (1707-34) nella persona di Carlo VI d'Austria ma nel 1734 Carlo III di Borbone, figlio di Filippo V di Spagna, cacciò gli Austriaci da N. e la città, di nuovo capitale di un regno apparentemente autonomo, ebbe un periodo di straordinario splendore, si arricchì di monumenti, vide fiorire le lettere e le arti e poté godere della politica riformistica e illuminata di Carlo III e del suo successore Ferdinando IV e della loro alleanza con la nobiltà locale. Venne riformata l'università, istituita la cattedra di economia politica e fondata l'Accademia Ercolanense. Furono costituiti la Biblioteca detta poi nazionale e il Museo, l'Accademia delle Scienze, l'officina dei papiri e il Collegio Militare. Dappertutto furono attuate audaci riforme politico-sociali. Gli avvenimenti legati alla Rivoluzione francese ebbero vasta ripercussione anche nel Regno di N.: Ferdinando IV partecipò alla coalizione antifrancese del 1798 e mandò un suo esercito al comando dell'austriaco Mack contro Championnet: le truppe francesi ebbero però la meglio e il 24 gennaio 1799 fu costituita la Repubblica Napoletana (v. napoletano) o Partenopea che resistette solo cinque mesi e fu abbattuta dalle truppe del cardinale Ruffo. Il 16 febbraio 1806 la Francia reagì agli atteggiamenti antifrancesi di Ferdinando IV con l'occupazione di N.: il re dovette riparare in Sicilia e a N. si insediarono Giuseppe Bonaparte prima e Gioacchino Murat poi (1808), che realizzarono molte e radicali riforme (abolizione della feudalità, introduzione dei codici napoleonici, ecc.) e si assicurarono la collaborazione preziosa e convinta di numerosi uomini politici come Cuoco, Gallo, Delfico e altri. Nel 1815, con la caduta di Napoleone e il Congresso di Vienna, Ferdinando IV rientrò in N. assumendo poco dopo (22 dicembre 1816) il titolo di Ferdinando I re delle Due Sicilie. Sconvolta dalla rivoluzione carbonara del 1820-21 N. ottenne da Ferdinando II, succeduto a Francesco I (1830), la Costituzione. Malgrado la politica retriva dei suoi governanti, la città vide un continuo progresso nel campo delle arti, delle lettere e della tecnica (da N. salpò infatti il primo battello italiano a vapore e a N. fu inaugurata nel 1839 la prima ferrovia della penisola, la N.-Portici). I moti del 1848, in seguito ai quali la Costituzione fu revocata, prepararono la liquidazione dei Borbone: il 7 settembre 1860 Garibaldi entrò in N. e un plebiscito popolare sancì l'annessione della città al Regno sabaudo. Ulteriore prova di eroismo diede la popolazione napoletana nel corso della II guerra mondiale quando, dopo più di centoventi bombardamenti aerei, durante le 'quattro giornate di Napoli' (28 settembre-1º ottobre 1943), costrinse il presidio tedesco alla capitolazione. Archeologia e arte. L'impianto ortogonale dell'antica città si conserva chiaramente nel tessuto urbano dell'attuale centro storico, lungo l'asse principale di via Tribunali. A parte qualche tratto delle mura greche i monumenti finora identificati sono di età romana. Così i due teatri, oggi inglobati in edifici moderni, il tempio dei Dioscuri sotto S. Paolo maggiore, la Curia con l'Erario sotto S. Lorenzo Maggiore, le Terme. Del periodo paleocristiano rimangono la catacomba di S. Gennaro (sec. II); la chiesa di S. Gennaro extra moenia (sec. V); l'abside di S. Giorgio Maggiore (sec. IV); resti della basilica di S. Restituta (sec. IV), attualmente incorporata nel duomo, e soprattutto il battistero di Giovanni in Fonte (sec. V), pure annesso al duomo, quadrato, con frammenti di mosaici nella cupola. Poco o nulla sopravvive delle epoche altomedievale e romanica (Castel dell'Ovo, sec. XII). Dopo la conquista angioina (1266) N. divenne la capitale del regno e il più importante centro artistico dell'Italia meridionale. Maestranze francesi vi importarono lo stile gotico della Francia meridionale, diffuso ben presto anche dagli architetti locali (S. Lorenzo Maggiore, iniziata nel 1267, con nave unica e abside con cappelle radiali; il duomo, dedicato a S. Gennaro, 1294-99, a tre navate con cappelle laterali; S. Chiara, 1310-24, con atrio e aula unica; S. Maria Donnaregina, 1314-20, ad aula unica con abside poligonale; S. Pietro a Maiella, 1313-16). Nella prima metà del Trecento lavorarono a N. pittori romani e toscani: Cavallini (affreschi in S. Maria Donnaregina), Simone Martini (S. Ludovico da Tolosa incorona Roberto d'Angiò, già in S. Lorenzo e ora alla Galleria di Capodimonte), Giotto (affreschi perduti in S. Chiara e in Castel Nuovo). Anche nella scultura dominarono i toscani (monumenti sepolcrali di Tino di Camaino e di G. e P. Bertini in S. Lorenzo, S. Chiara, S. Maria Donnaregina, ecc.). Nel Quattrocento si diffusero in architettura forme gotiche catalane (pilastri ottagonali, archi scemi, finestre quadripartite), evidenti soprattutto nell'architettura civile (palazzo Penna, 1407). Forma gotica ha il Castel Nuovo, ricostruito nel 1447-55 dal catalano G. Sagrera per Alfonso I d'Aragona; l'ingresso del castello però, in forma di arco trionfale (1453-58), forse su disegno di Francesco Laurana, è rinascimentale. Già per tempo, del resto, le forme rinascimentali erano state introdotte a N. dagli scultori toscani (sepolcro del cardinale Brancaccio in S. Angelo a Nilo, di Donatello e Michelozzo). Tuttavia il Rinascimento si affermò definitivamente a N. solo intorno al 1480, con l'arrivo di artisti come Giuliano da Maiano (distrutta villa di Poggioreale; Porta Capuana, ca. 1485; Cappella Pontano, 1498), Benedetto da Maiano, Fra' Giocondo, F. di Giorgio Martini, A. Rossellino. Un vero museo della scultura rinascimentale dell'ultimo Quattrocento è la chiesa di S. Anna dei Lombardi (o di Monteoliveto). Nello stesso periodo sorsero palazzi signorili di tipo toscano, con facciata a bugnato e cortili a portici (palazzi Cuomo, Santangelo, Sanseverino). La pittura napoletana del Quattrocento è di derivazione fiamminga diretta e indiretta, attraverso esempi provenzali, catalani e spagnoli (A. de Baena, Bermejo). La prima metà del sec. XVI fu il periodo delle grandi imprese urbanistiche del viceré spagnolo don Pedro de Toledo (via Toledo). Nel secondo Cinquecento si affermò il classicismo tardo-manieristico, che dominò fino al 1620 ca. (G. A. Dosio: certosa di S. Martino, 1580-1623, e chiesa dei Girolamini, 1592-1619; Domenico Fontana: Palazzo Reale, 1600-02; G. C. Fontana: Palazzo degli Studi, ora sede del Museo Archeologico Nazionale, 1586; F. Grimaldi: S. Paolo Maggiore, 1591-1603). Seguì la grande stagione del barocco napoletano, di cui fu protagonista il lombardo Cosimo Fanzago, autore del chiostro della certosa di S. Martino, della guglia di S. Gennaro e della chiesa di S. Teresa a Chiaia. Suo contemporaneo è F. A. Picchiatti (guglia di S. Domenico, 1658), mentre F. Solimena (S. Nicola della Carità), F. Sanfelice (Nunziatella) e D. A. Vaccaro (chiostro di S. Chiara) segnarono il passaggio al rococò. Sotto Carlo III di Borbone N., tornata capitale autonoma, si arricchì di grandiosi edifici pubblici: l'albergo dei Poveri, del Fuga (dal 1751); la reggia di Capodimonte, di G. A. Medrano (dal 1738); il Foro Carolino (1757) del Vanvitelli. Nel 1738 fu fondata a N. dallo stesso re un'arazzeria che lavorò fino al 1798, realizzando alcune serie notevoli. La produzione fu esemplata dapprima su arazzi della fabbrica medicea (p. es. gli Elementi), poi su modelli francesi, come per la serie di Don Chisciotte (1758-79), composta di numerosissimi pezzi, destinata a Caserta e ora divisa tra il Quirinale e il Museo di Capodimonte. Nella Storia di Psiche (1783-86) la composizione risente già del gusto neoclassico. In pittura, dopo un debole avvio manieristico, i modelli di Caravaggio (a N. nel 1607 e nel 1609) e dei bolognesi (Reni, Domenichino e Lanfranco nella cappella di S. Gennaro in duomo e alla certosa di S. Martino) furono le premesse della fiorente scuola pittorica napoletana (v. napoletano), destinata ad avere una lunga e feconda stagione. Per quel che riguarda la scultura, dopo un lungo periodo di dipendenza dal manierismo fiorentino (Pietro Bernini, il Naccherino) si affermò l'eclettismo di Cosimo Fanzago. Molto più tardo (1749-66) è il celebre complesso della decorazione scultorea della cappella Sansevero, cui collaborarono F. Queirolo, G. Sammartino, P. Persico, F. Celebrano, A. Corradini. In questo clima rococò si colloca la nota produzione delle ceramiche e delle porcellane di Capodimonte. A tale proposito va ricordato che N. fu un importante centro ceramico attivo fin dal sec. XIII. Notevoli furono le manifatture di maioliche fiorite nel Seicento (di P. Brandi) e nel Settecento (dei Carpaccio, dei Nigritta). Tipiche della produzione le mattonelle smaltate per decorazione pavimentale, i cui temi esornativi sono ispirati alle nature morte della tradizione pittorica napoletana (chiostro di S. Chiara). Caratteristica del Settecento napoletano è anche la produzione delle statuine da presepe. Con la Restaurazione sorsero a N. notevoli architetture neoclassiche (S. Francesco di Paola, di P. Bianchi, 1817-46; Teatro San Carlo, 1816, e la villa Floridiana, 1817-19, di A. Niccolini), ma un nuovo periodo di intensa attività edilizia, sia pure in forme eclettiche, si ebbe solo dopo il colera del 1884. A N. si registrano inoltre, agli inizi del nuovo secolo, interessanti episodi liberty (Galleria Umberto I, di E. Rocco; albergo S. Lucia, di L. Comencini), soprattutto per opera di artisti settentrionali. Musei. Il Palazzo Reale di Capodimonte, eretto nel parco di Capodimonte su disegno di G. A. Medrano a iniziare dal 1738, ospitò dal 1759 fino agli inizi dell'Ottocento le raccolte di arte e di antichità lasciate in eredità a Carlo III dalla madre Elisabetta Farnese. In seguito le raccolte furono trasferite nel Palazzo degli Studi (la prima sede dell'Università di N. e attuale Museo Archeologico Nazionale) dove rimasero fino all'ultimo dopoguerra, quando fu attuata una nuova sistemazione (1948-57): le antichità restarono nel Palazzo degli Studi, la pinacoteca e le altre raccolte (Museo e Gallerie Nazionali di Capodimonte) tornarono nella sede originaria, modernamente attrezzata. Il Museo Archeologico Nazionale, fondato dai Borbone nel 1822, è tra i più ricchi d'Europa e raccoglie sia i materiali delle antiche collezioni Borgia e Farnese, sia i reperti di duecento anni di scavi a Pompei ed Ercolano. Oltre a celebri sculture greco-romane (Eracle e Toro Farnese, stele Borgia, i Tirannicidi, rilievo di Orfeo, ecc.) e alla ricca collezione di vasi greci e italioti, spiccano per importanza le statue e i busti di bronzo della Villa dei Papiri di Ercolano e la serie di pitture e mosaici delle città vesuviane (Pompei, Ercolano, Stabia), tra cui il grande mosaico policromo con La battaglia di Alessandro, dalla casa del Fauno a Pompei. La Galleria Nazionale comprende un gruppo di dipinti del Tre-Quattrocento, non ricchissimo ma di qualità eccezionale, formato in prevalenza da acquisizioni ottocentesche (le requisizioni napoleoniche, l'acquisto del Museo Borgia di Velletri, ecc.) o recenti. Vi sono rappresentati con dipinti fondamentali Simone Martini (S. Ludovico da Tolosa), Bernardo Daddi, Colantonio, Masaccio (Crocifissione), Masolino, Mantegna, Giovanni Bellini (Trasfigurazione), Filippino Lippi, Botticelli, Konrad Witz. Eccezionale è il complesso dei dipinti del Cinquecento, soprattutto per quanto riguarda le scuole veneta ed emiliana e i manieristi. Si ricordano soprattutto il gruppo dei Tiziano (Carlo V, Filippo II, Paolo III, Paolo III con i nipoti, Danae, Lavinia), il gruppo dei Parmigianino (Antea, Galeazzo Sanvitale, Lucrezia, Sacra Famiglia) e i dipinti di L. Lotto, Correggio (Matrimonio mistico di S. Caterina), Palma il Vecchio, Sebastiano del Piombo, Rosso Fiorentino, Giulio Romano, El Greco. Di Michelangelo e Raffaello si conservano due cartoni preparatori, rispettivamente, del gruppo dei soldati nella Crocifissione di S. Pietro della Cappella Paolina e del Mosè davanti al roveto ardente nella Stanza di Eliodoro. Nel settore della pittura nordica del Cinquecento spiccano la Parabola dei ciechi e il Misantropo di Pieter Bruegel il Vecchio. Per la pittura del Seicento le scuole meglio rappresentate sono quella bolognese (Carracci, Reni, Domenichino) e, naturalmente, quella napoletana (C. Saraceni, A. Vaccaro, C. Fracanzano, A. Gentileschi, G. B. Caracciolo, B. Cavallino, A. Falcone, J. de Ribera, M. Stanzione, F. Guarino, Micco Spadaro, M. Preti, S. Rosa, P. Porpora, A. Bruegel, G. Recco, Ruoppolo, L. Giordano), che prevale anche per quanto riguarda il Settecento (Solimena, De Mura, Gaspare Traversi, Giaquinto). Acquisizioni del periodo borbonico sono i ritratti borbonici di Goya, A. Kaufmann, E. Vigée Lebrun, Mengs, F. Gérard. La Galleria dell'Ottocento comprende dipinti di Gigante, Pitloo, De Nittis, Palizzi, Morelli, Mancini, Michetti, Toma, De Gregorio e inoltre M. Bianchi, L. Nono, Ciardi, Boldini, Fattori, Fragiacomo, Induno, Signorini, ecc. Il Museo conserva numerose e interessanti raccolte, comprendenti bronzi del Pollaiolo, di P. J. Alari Bonacolsi, G. Del Duca, Giambologna; medaglie e placchette del Rinascimento; disegni e stampe; avori, bronzi, smalti, argenti medievali e rinascimentali; armi e armature delle armerie dei Farnese e dei Borbone; arazzi (tra cui la bellissima serie della Battaglia di Pavia, da B. van Orley), maioliche e porcellane della fabbrica reale di Capodimonte: famoso è il Salottino di porcellana fatto eseguire (1757-59) da Carlo di Borbone per la regina Maria Amalia di Sassonia e composto di oltre 3000 pezzi di porcellana. Due sale sono dedicate alla collezione De Ciccio (donata nel 1958), comprendente ceramiche e porcellane di ogni epoca e Paese, argenti, vetri, tessuti, sculture, ecc. Napoli è sede inoltre della Galleria d'Arte Moderna, situata nel palazzo dell'Accademia di Belle Arti (scuola napoletana dell'Ottocento; francesi dell'Ottocento); del Museo Civico Filangieri (sculture, armi, ceramiche e porcellane, tessuti, dipinti di scuola napoletana del Seicento, ecc.); del Museo Nazionale della Ceramica Duca di Martina, nella villa Floridiana; e infine del Museo Nazionale di S. Martino alla certosa di S. Martino, che è diviso in una sezione storica (carrozze; statuette di presepe del Sette-Ottocento; documenti storici), una sezione artistica (pittori napoletani dal sec. XV al XIX e documenti relativi alla certosa) e una sezione monumentale, comprendente la chiesa e il convento, vero museo dell'arte a N. nel periodo barocco. Biblioteche. La Biblioteca Nazionale, fondata da Carlo di Borbone col fondo farnesiano proveniente da Parma, fu aperta al pubblico nel 1804 da Ferdinando IV; nel 1922 vi furono annesse le altre biblioteche pubbliche napoletane (S. Giacomo, Brancacciana, ecc.). É la più importante biblioteca per la storia del Mezzogiorno e comprende oltre 1 milione e mezzo di volumi, 4500 incunaboli, ca. 13.000 manoscritti; eccezionale la raccolta di papiri ercolanesi e di manoscritti del sec. V. Sono inoltre da ricordare la dispersa Biblioteca Aragonese; la Biblioteca Oratoriana dei Gerolamini, aperta al pubblico nel 1585 (comprendente tra l'altro la collezione privata di letteratura antica, filosofia e storia appartenuta a Giuseppe Valletta); la Biblioteca del Conservatorio di S. Pietro a Maiella, fondata da S. Mattei nel 1791 (ca. 300.000 volumi e 17.000 manoscritti); la Biblioteca della Fondazione Benedetto Croce, costituita originariamente dalla biblioteca privata del filosofo (ca. 70.000 volumi); la Biblioteca della Società Napoletana di Storia Patria, fondata nel 1875 (ca. 270.000 volumi); la Biblioteca Universitaria, che trae origine da quella fondata nel 1224 da Federico II per lo Studio napoletano, ricostituita nel 1615 e definitivamente destinata all'università nel 1816, dopo che le era stata annessa anche la biblioteca di Gioacchino Murat (ca. 800.000 volumi e 118 manoscritti); la Biblioteca di Storia dell'Arte 'Bruno Molajoli', inaugurata nel 1993, con l'annessa fototeca (ca. 50.000 volumi e 150.000 negativi). L'Archivio di Stato (denominazione assunta nel 1875) nella sua forma moderna fu istituito da Murat. Diviso in 5 sezioni principali (Diplomatica con atti a partire dagli Angioini; Politica, amministrativa e finanziaria; Giustizia, con atti a partire dagli Aragonesi; Guerra e Marina), ha subito nel corso della II guerra mondiale la distruzione dei suoi fondi più antichi e preziosi a opera delle truppe naziste. Spettacolo. In epoca romana esistevano due teatri (dove si esibì Nerone e Claudio fece rappresentare un suo testo). In seguito la vita teatrale napoletana fu quasi inesistente per oltre un millennio, sino all'avvento della dinastia aragonese che, dalla fine del sec. XV, applaudì feste e trionfi, ma anche elaborati spettacoli su testi del Sannazaro e le farse in dialetto di A. Caracciolo, mentre a corte e nei palazzi nobiliari attori dilettanti recitavano le commedie erudite di Della Porta e di altri autori. Nel 1575 si costituì la prima compagnia locale di comici dell'arte, che dal 1592 poté disporre di un teatro permanente, la Stanza della Commedia. A essa altre se ne aggiunsero nel sec. XVII, tra cui particolarmente importanti la Stanza di San Giovanni dei Fiorentini (1618) e quella di San Bartolomeo (1621). Vi agivano le compagnie dell'arte e vi si esibivano spesso attori provenienti dalla Spagna. Nel Settecento, il Fiorentini e il Nuovo (aperto nel 1723) ospitarono l'opera buffa, in piena fioritura, e l'opera seria trovò la sua sede ufficiale al San Carlo (inaugurato nel 1737 e ricostruito dopo un incendio nel 1816), anche se A. Scarlatti e Pergolesi venivano soprattutto rappresentati al San Bartolomeo. Nel 1770 iniziò la sua attività il nuovo San Carlino, destinato a essere, sino al 1884, la 'casa di Pulcinella' e il più popolare teatro partenopeo. Nel secolo successivo acquistò importanza il San Carlo, grazie soprattutto all'impresario Barbaja (che scritturò Rossini e Donizetti), affiancato dal Teatro del Fondo (1779), poi Mercadante, per l'opera comica, e dal Nuovo per l'opera buffa in dialetto. Per la prosa il teatro più prestigioso fu il Fiorentini, che ebbe a lungo una compagnia stabile d'alto livello, mentre per il pubblico popolare c'erano il San Carlino con Pulcinella e, dal 1880, il San Ferdinando (inaugurato nel 1790) con i drammoni popolari della compagnia di Federico Stella. Queste le sale più importanti, ma il panorama della scena partenopea agli albori del Novecento deve essere completato da altri teatri di prosa (il Politeama e il Sannazaro), dagli innumerevoli teatrini di terzo ordine che ospitavano gruppi dialettali, operette, spettacoli di varietà, sceneggiate, e dai numerosi café-chantants, tra i quali prestigiosi l'Eden e il Salone Margherita. Molti di questi teatri andarono distrutti durante la II guerra mondiale. Alcuni sono stati ricostruiti (tra essi il San Ferdinando, fatto riedificare da Eduardo De Filippo nel 1954), ma la città non ha riacquistato il prestigio di un tempo. Attualmente l'attività musicale si svolge soprattutto intorno alle sedi del Teatro San Carlo, dell'Associazione Scarlatti e dell'Orchestra Alessandro Scarlatti della RAI. Teatro dialettale. Il teatro napoletano non ha fino al Cinquecento una storia scritta, pur risalendo a tempo immemorabile le farse degli istrioni nelle piazze e nelle taverne. La prima data certa è il 1514, quando Antonio Caracciolo fece rappresentare la Farsa de lo cito alla corte aragonese. Pressappoco contemporanee sono le cosiddette: 'farse cavaiole (probabilmente d'origine salernitana), che vennero raccolte e rielaborate verso la fine del secolo da Vincenzo Braca. Nel 1575 si formò la prima compagnia di comici dell'arte napoletani e nel 1632 comparve per la prima volta in un documento scritto la maschera di Pulcinella (interpretata da Silvio Fiorillo, famoso anche come Capitan Matamoros), che ebbe numerosi concorrenti nella stessa area napoletana. Fra Cinque e Seicento nascono le commedie erudite di Giambattista Della Porta, fitte di personaggi che si esprimono in vernacolo, e del 1695 è La nascita del verbo umanato di Andrea Perrucci, una pastorale sacra tuttora rappresentata in occasione del Natale col titolo La cantata dei pastori, in cui alcuni personaggi si esprimono in napoletano. Il secolo d'oro del teatro napoletano fu però il Settecento, con i librettisti che inventarono l'opera buffa, inizialmente in dialetto poi in lingua;con un notevole commediografo, Pietro Trinchera, autore di La gnoccolara e di La monaca fauzza; con i popolarissimi copioni di Francesco Cerlone e, soprattutto, con l'apertura (1770) del nuovo teatro San Carlino che per 114 anni fu al centro della scena dialettale cittadina. Qui dominò Pulcinella, reimportato da Roma e divenuto la tipica maschera napoletana, e qui ebbe inizio la tradizione degli autori-attori che caratterizzò questo teatro per oltre due secoli: la dinastia dei Cammarano e poi Pasquale Altavilla, Salvatore Petito e, più grande di tutti, suo figlio Antonio, creatori di farse che finirono man mano per assumere significati più profondi e per diventare espressione delle miserie e delle speranze della plebe partenopea. Antonio Petito morì nel 1876 e nei favori del pubblico gli succedette un altro attore-autore, Eduardo Scarpetta, che adattò ai gusti e al linguaggio della piccola borghesia locale farse e vaudevilles francesi (ma firmò almeno un testo originale, Miseria e nobiltà, tutt'altro che trascurabile) accentrandoli sul personaggio di Don Felice Sciosciammocca già utilizzato da Petito. Il suo enorme successo suscitò reazioni di vario genere: dai drammoni lacrimosi recitati dalla compagnia di Federico Stella ai vari tentativi di 'teatro d'arte' patrocinati in genere dall'attore Gennaro Pantalena con copioni di Salvatore Di Giacomo (Assunta Spina, Mese Mariano), Diego Petriccione ('O quatto 'e maggio), Libero Bovio (So' ddiece anne), Roberto Bracco (Uocchie cunzacrate), Ernesto Murolo (O Giovannino o la morte), ecc. La fine del secolo fu anche il periodo di maggior affermazione della canzone napoletana (sovente opera di poeti e musicisti di rilievo) e del café-chantant con le canzoni di Pasquariello e della Fougez e le macchiette di Maldacea e di Raffaele Viviani. Quest'ultimo, passato poi alla prosa, continuò la tradizione degli attori-autori con una serie di copioni del tutto avulsi dagli schemi della drammaturgia borghese che, passando senza soluzione di continutà dal tragico al grottesco, offrono un quadro multiforme della realtà napoletana, con risultati spesso di grande suggestione poetica. Un posto di primo piano occupano infine i De Filippo: Eduardo, Peppino e Titina. Figli naturali di Scarpetta, cominciarono la carriera nei varietà di periferia e formarono negli anni Trenta una compagnia del Teatro Umoristico, imponendosi subito come attori straordinari a una critica che catalogò generalmente come meri pretesti commedie quali Chi è più felice di me? e Natale in casa Cupiello di Eduardo o Un povero ragazzo di Peppino. Si separarono nel 1945, Peppino per affrontare un repertorio tutto farsesco (ma tra queste farse è notevole Quelle giornate in collaborazione con Maria Scarpetta) con occasionali incursioni nel repertorio classico (Molière e Machiavelli), Eduardo per imporsi definitivamente come autore di primissimo piano e come accorato testimone di un'endemica crisi dei valori. L'insieme delle sue opere (da Napoli milionaria, 1945, a Gli esami non finiscono mai, 1974) costituisce il più significante corpus drammaturgico del nostro dopoguerra. Il panorama può essere completato dai numerosi attori napoletani che illustrarono l'epoca migliore del varietà e della rivista italiana, da Totò ai De Rege e a Nino Taranto (poi alla testa di una compagnia di prosa che presentò un notevole testo di Giuseppe Marotta, Il califfo Esposito), e da un genere popolaresco, la sceneggiata, nata verso la fine dell'Ottocento, che partendo da una canzone di successo racconta movimentati scontri tra la virtù e il vizio, con finali invariabilmente consolatori. La provincia di Napoli. La provincia di N. (92 comuni; 1171 km2; 3.023.366 ab.), la meno estesa, ma anche la più popolosa e la più densamente abitata fra quelle campane (per densità demografica è, anzi, di gran lunga la prima fra le province italiane), con 2560 ab./km2, si affaccia a W e a SW al Mar Tirreno ed è limitata all'interno dalle province di Caserta, Benevento, Avellino e Salerno. Fanno parte del territorio provinciale: l'apparato vulcanico del Vesuvio; la regione pure vulcanica dei Campi Flegrei con le antistanti isole di Ischia e Procida; una serie di contrafforti calcarei dell'Appennino Campano; la sezione nord-occid. dei monti Lattari, costituiti da rocce calcaree e dolomitiche del Giurassico e del Cretaceo; l'isola di Capri, che rappresenta la diretta prosecuzione morfologica e litologica della Penisola Sorrentina; ampi tratti della pianura fertile e ben coltivata, che si stendono intorno al Vesuvio e alle spalle dei Campi Flegrei. I principali corsi d'acqua sono il Sarno, che interessa il territorio provinciale solo con il tratto terminale del suo corso, e il Sebeto, che scola nel territorio tra il Vesuvio e i Campi Flegrei. Dei bacini lacustri i principali sono i piccoli laghi di Patria, Fusaro e d'Averno. Il clima è tipicamente mediterraneo, con modeste escursioni termiche, inverni miti e piovosi ed estati ventilate e non troppo calde. Variazioni climatiche presentano i rilievi più elevati, che hanno temperature più basse e più abbondanti precipitazioni atmosferiche. Il territorio - come detto - è fittamente popolato: l'area dove maggiore è l'addensamento demografico è la fascia costiera tra Pozzuoli e Castellammare di Stabia; le zone meno densamente abitate, ma pur sempre con densità superiori ai 150 ab./km2, sono quelle alla periferia del Piano Campano e sul versante occid. dei monti Lattari. Il tasso di accrescimento della popolazione, pari all'1,5% annuo fra il 1936 (quando la provincia contava 1.735.000 ab.) e il 1951, pur avendo dovuto scontare gli eventi bellici, si è mantenuto sostanzialmente inalterato fino a tutti gli anni Sessanta, per effetto della forte natalità e nonostante un saldo migratorio in cui i trasferimenti verso le regioni settentrionali italiane o l'estero avevano finito per eccedere i flussi provenienti soprattutto dalle altre province campane. Dagli anni Settanta, il ritmo di crescita è rallentato (0,9% annuo), per gli evidenti effetti di congestione dell'area metropolitana di N., in pratica estesa all'intera provincia, fino ad annullarsi quasi nel decennio successivo (0,2% annuo). La concentrazione demografica, eccessiva per le locali risorse economiche ha comunque creato grossi problemi d'ordine sociale, che è sempre più difficile risolvere e che il sisma del 1980-81 ha ulteriormente aggravato. I centri principali, dopo il capoluogo, sono Pozzuoli, Bacoli, Monte di Procida, Portici, Ercolano, Torre del Greco, Torre Annunziata, Castellammare di Stabia, Vico Equense, Sorrento e Massa Lubrense, lungo la costa; Giugliano in Campania, Marano di Napoli, Caivano, Acerra, Afragola, Casoria, Pomigliano d'Arco, Nola, Somma Vesuviana, Palma Campania, Ottaviano, Boscotrecase, Pompei e Gragnano, all'interno; Ischia, Procida e Capri, nelle isole omonime. Nel secondo dopoguerra l'espansione dell'industria, favorita anche dai notevoli investimenti delle aziende a partecipazione statale e di quelle private nonché dalla politica creditizia di alcuni enti di finanziamento, tra cui in primo piano la Cassa per il Mezzogiorno, ha limitato l'importanza, nel quadro dell'economia provinciale, dell'agricoltura, che rimane comunque una delle risorse fondamentali, specialmente per i comuni meno industrializzati dell'interno nonostante la superficie a essa destinata diventi sempre più scarsa e frazionata. Si producono in prevalenza frutta, ortaggi e cereali. L'industria, la cui area di maggior concentrazione corrisponde alla periferia di N. e alla fascia costiera tra Pozzuoli e Castellammare di Stabia, è attiva con numerosi impianti che operano nei settori meccanico, automobilistico, cantieristico, petrolchimico, chimico, farmaceutico, alimentare, conserviero, tessile, dell'abbigliamento, del tabacco, delle pelletterie e dei materiali da costruzione. Rilevanti sono le attività commerciali e portuali mentre lo sviluppo turistico - pure notevole - ha risentito negativamente di un'ormai cronica inadeguatezza delle attrezzature ricettive. I centri di maggiore richiamo sono comunque, oltre N., Pozzuoli, Pompei, Ercolano, Sorrento, Vico Equense, Capri, Ischia, Lacco Ameno e Casamicciola Terme. Buona la rete delle comunicazioni autostradali, impostata sui nodi di N. e di Nola. Ducato di Napoli. Fu istituito nel 638 dall'esarca Eleuterio che per ristabilire il dominio di Bisanzio accentrò i poteri civili e militari in un duca, sottoposto al patrizio o stratego di Sicilia. Il ducato comprendeva agli inizi del sec. IX: N., Cuma, Pozzuoli e Salerno. Sin dalla sua istituzione fu coinvolto in una lunga serie di guerre causate dalla continua pressione dei Longobardi di Benevento, dei pontefici, degli imperatori bizantini e dei corsari saraceni, la cui prima comparsa, dell'812, ebbe come conseguenza la devastazione di Ponza e Ischia. I Longobardi di Benevento, da parte loro, cinsero N. d'assedio per ben cinque volte (822, 831, 832, 835, 836); dopo la seconda, essi portarono nella loro città quale trofeo il corpo di San Gennaro. Ma nell'836, a seguito di un intervento saraceno invocato dai Napoletani, furono costretti alla pace. Con Sergio I, conte di Cuma, il ducato che in un primo tempo era stato elettivo divenne ereditario. Gli succedette il figlio Gregorio III (864-870), al cui fratello Atanasio, vescovo della città, si deve se questa non fu distrutta dall'imperatore Ludovico II, quando scese nell'Italia merid. contro i Saraceni. Sergio II (870-877) parteggiò per i Longobardi e i Saraceni, così che il fratello Atanasio II, vescovo di N., per istigazione del papa Giovanni VIII, lo accecò mandandolo poi prigioniero a Roma. Ma divenuto duca lo stesso Atanasio, per timore dei Bizantini, si alleò con i Saraceni e fu perciò scomunicato.Riconciliatosi poi col papa e con l'aiuto dei Longobardi, riuscì a ridurre i musulmani sulle rive del Liri e del Garigliano. Di qui furono poi scacciati da Gregorio IV (898-915), che si avvalse dell'aiuto dei Capuani, dei Bizantini e degli Amalfitani. Con i duchi successivi iniziò la decadenza: a Giovanni II (915-919) e Marino I (919-928) succedette Giovanni III (928-968) che acquisì benemerenze culturali, ma nel 955 si sottomise alle forze bizantine inviate ad assediare la città. Marino II (968-977) fu insignito dall'imperatore bizantino del titolo di 'imperiale antipato e patrizio': ma Sergio III (977-999) nel 981 fu costretto ad aprire la città a Ottone II di Sassonia; Sergio IV (1003-34), incautamente intervenuto nelle vicende del principato di Capua, fu costretto ad abbandonare la città a Pandolfo IV di Capua, favorito forse dagli stessi Napoletani malcontenti di lui. Ma, grazie al favore dell'imperatore Corrado II e alla banda di mercenari normanni di Rainulfo Drengot, recuperò il ducato (1030); i Napoletani tuttavia gli imposero, come condizione della sua restaurazione, un importante pactum (1030), che garantiva a tutti i cittadini: proprietà, libertà personale, libero commercio, rispettodegli stranieri, rinuncia a fare guerra, pace e alleanze 'senza il consiglio della maggior parte dei nobili napoletani'. Rainulfo Drengot fu compensato con la cessione del feudo di Aversa, che divenne in breve una ben munita fortezza. I successivi duchi furono impegnati soprattutto a difendersi dai Normanni, che trovarono proprio in Aversa una testa di ponte per la successiva immigrazione degli Altavilla, i conquistatori di tutto il Mezzogiorno. Attaccata da Roberto il Guiscardo, N. conservò la sua indipendenza fino all'avvento di Ruggero II al regno di Sicilia, al quale il duca Sergio VII (ca. 1121-37), dopo aver resistito a due assedi, nel 1137 dovette cedere; gli fu poi leale vassallo fino alla morte. Il ducato entrò allora a far parte della monarchia normanna. I Napoletani dovettero consegnare al re le chiavi della città (1139) che poté tuttavia conservare i suoi antichi privilegi come soggetta all'alta sovranità dell'imperatore bizantino. Regno di Napoli. La vittoria ottenuta nel 1266 da Carlo I d'Angiò contro Manfredi segnò, col passaggio dell'Italia merid. agli Angioini, l'avvio di quel processo di distacco della Sicilia dal continente che nel 1282 si concretizzò nei Vespri Siciliani e nella successiva separazione dell'isola dal regno angioino. Oltre che capitale, N. divenne così il centro di gran lunga più importante della nuova entità statale, nell'ambito della cui storia la fase angioina si protrae dal 1266 al 1442. Morto Carlo I nel 1285, gli succedette il figlio Carlo II, ma costui poté prendere possesso del regno solo nel 1288, allorché gli Aragonesi, che lo avevano fatto prigioniero, lo liberarono in seguito alla stipulazione del Trattato di Camporeale. Proseguite fino al 1302, le ostilità tra regno napoletano e Aragonesi per il possesso della Sicilia si chiusero con la costituzione in Sicilia di un regno di Trinacria in mano agli Aragonesi. Nel corso di queste vicende gli interessi degli Aragonesi furono più o meno apertamente difesi dai pontefici Martino IV, Onorio IV, Niccolò IV e Bonifacio VIII e ciò ebbe come conseguenza, nel periodo successivo, un allineamento del regno napoletano sulle posizioni papali. Simili orientamenti trovarono la loro più ampia concretizzazione nel lungo regno di Roberto (1309-43), che si oppose, non solo nell'Italia merid., agli interessi imperiali e, nel nome della più assoluta fedeltà al soglio pontificio, favorì ovunque le correnti più intransigenti del guelfismo. Morto Roberto, la corona passò alla nipote Giovanna I (1343-81), sotto il cui regno esplose il conflitto per la successione tra i seguaci di Carlo III di Durazzo e quelli di Luigi, duca d'Angiò. Proseguita dai figli dei contendenti, questa lotta portò al trono Ladislao di Durazzo (1386-1414), che si rifece alla politica di Roberto. Al regno di Giovanna II (1414-35), ultima sovrana del ramo Angiò-Durazzo, seguì, dopo un nuovo periodo di lotte, Alfonso I d'Aragona (1442-58), che assunse per la prima volta il titolo di 're delle Due Sicilie' e con cui ebbe inizio una successiva fase, quella aragonese appunto, della storia del regno. Nonostante le sue ambizioni di conquista nell'Italia sett., Alfonso operò per rilanciare economicamente e culturalmente il regno dissanguato dalle precedenti guerre e fece gravitare su N. il resto dei suoi domini: Sicilia, Sardegna, Aragona e Baleari. Le complesse vicende politiche della penisola attrassero però nel regno di N. il sovrano francese Carlo VIII, che, terminata nel febbraio 1495 la conquista dello Stato merid., fu costretto a risalire la penisola lasciando N. a un successore di Alfonso, Ferdinando II. Occupato nel 1500 da Francesi e Spagnoli, il regno fu nuovamenteoggetto di contese tra le due potenze che non riuscirono a trovare un accordo, situazione di cui si giovò la Spagna, che riuscì a estendere il proprio potere all'intero territorio. A caratterizzare la fase spagnola (1504-1707) contribuirono fattori politicamente ed economicamente negativi quali la sclerotizzazione di classi parassitarie legate all'occupante, ma pronte a tributare ad altri i propri favori pur di mantenere inalterato il proprio potere. A scuotere l'immobilismo politico e la cristallizzazione degli squilibri sociali di questo periodo non valsero le celebri insurrezioni di N. (rivolta di Masaniello, 1647) e di Messina (1674). Tra il 1707 e il 1734 il regno fu dominato dagli Asburgo d'Austria, che videro nel 1713 rafforzato il proprio potere in seguito alla stipulazione del Trattato di Utrecht, che, ponendo fine alla guerra di successione spagnola, rafforzò l'influenza austriaca in Italia. Nel 1735 re Carlo III di Borbone ebbe, in seguito alla stipulazione del Trattato di Vienna, che pose fine alla guerra di successione polacca, il diritto, per sé e per i propri successori, di esercitare il potere della dinastia borbonica sul regno napoletano. Il periodo che va dal 1734 al 1860 costituisce dunque, con le eccezioni della Repubblica Napoletana e del periodo dell'influenza francese, la fase borbonica del regno. Caratterizzato all'inizio da spinte progressiste, questo periodo vide in seguito stemperarsi progressivamente le tensioni al rinnovamento, parallelamente al delinearsi di un'amministrazione sorda a qualsiasi istanza popolare e, per contro, disponibile a far di tutto per perpetuare quell'immobilismo politico, economico e sociale, che già al tempo del dominio spagnolo tanto aveva nuociuto alla causa dello sviluppo dello Stato. Nel 1759 Carlo III di Borbone ebbe il regno di Spagna e questa eventualità, prevista dal Trattato di Aquisgrana del 1748, avrebbe dovuto, in base a quegli accordi, provocare l'ascesa al trono di N. di suo fratello Filippo. Carlo eluse però le clausole accettate undici anni prima e riuscì a lasciare al figlio Ferdinando la corona dell'Italia meridionale. Salito al trono come Ferdinando IV di N. e III di Sicilia, questi proseguì la politica moderatamente illuministica avviata dal suo predecessore su suggerimento del proprio consigliere Bernardo Tanucci, che l'aveva seguito da Parma a Napoli. Particolarmente nei confronti dei privilegi ecclesiastici Tanucci, che rafforzò ulteriormente la propria influenza sulle decisioni della corona sotto il regno di Ferdinando, agì con decisione espellendo p. es. i gesuiti e requisendone i beni. La politica filospagnola caldeggiata da Tanucci irritò però gli Asburgo, che aspiravano a estendere ulteriormente l'influenza politica di Vienna sulla penisola. Maria Carolina d'Austria riuscì a ottenere nel 1776 l'allontanamento dello scomodo ministro e l'allineamento di N. su posizioni filoasburgiche. Conseguenza di ciò fu la fine del riformismo in politica interna e l'aperta conversione della corona a quei criteri immobilistici e conservatori che, come s'è detto, caratterizzarono, in una visione d'insieme, il dominio borbonico sull'Italia meridionale. All'effimera parentesi della Repubblica Napoletana (1799) seguì quella dell'influenza francese, che si articolò in una fase di semplice condizionamento politico napoleonico (1800-06), nel regno di Giuseppe Bonaparte (1806-08), e in quello di Gioacchino Murat (1808-15). Rientrato a N. nel 1815, Ferdinando riebbe il proprio potere parallelamente al definitivo declino delle fortune napoleoniche e l'anno seguente unificò anche formalmente Sicilia e Regno di N. dando vita al Regno delle Due Sicilie (181660), alla testa del quale si pose assumendo la denominazione di Ferdinando I. Turbata dai moti popolari del 1820-21, l'ultima parte del regno di Ferdinando fu caratterizzata dall'adozione di drastiche misure repressive sulle quali, oltre che sull'appoggio austriaco, la dinastia borbonica poneva ormai tutte le proprie speranze di mantenersi al vertice dello Stato. Morto Ferdinando nel 1825, gli succedette il figlio Francesco I (1825-30), che nel 1828 represse con estremo vigore i moti del Cilento. Ferdinando II (1830-59) governò secondo criteri impopolari che alienarono ulteriormente alla dinastia borbonica le simpatie della popolazione, rafforzando così i presupposti per il crollo che, sotto il suo successore Francesco II (1859-60), travolse, con la dinastia al potere, la stessa istituzione statale dell'Italia meridionale. Sito Ufficiale: http://www.provincia.napoli.it |
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