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Reggia di Caserta



Reggia di Caserta La reggia copre una superficie di circa 44.000 mq. I materiali occorrenti alla realizzazione dell'opera, che costò 6.133.507 ducati e alla quale lavorarono, oltre una numerosa schiera di maestranze locali e straniere, anche un gran numero di schiavi e galeotti, catturati dalle regie navi lungo la costa libica, furono estratti in gran parte da cave esistenti nella zona o nei territori del regno: San Nicola la Strada (tufo), Bellona (travertino), Mondragone (marmo grigio), San Leucio (calce), Bacoli (pozzolana), Gaeta (arena), Capua (mattoni e affini), Sicilia, Calabria e Puglia, per i diversi marmi. Venne anche usato, per le statue e per alcune modanature, il marmo bianco di Carrara. La scelta dei marmi occorrenti alla costruzione fu operata dallo scultore francese Giuseppe Canart, che già da tempo era al servizio del re come restauratore di statue e conoscitore di marmi antichi.
La pianta del palazzo, di forma rettangolare (m 247 x 190) con l'area interna divisa in quattro cortili per mezzo di due corpi di fabbrica intersecantisi ad angolo retto, è stata riconosciuta come 'un modello di distribuzione dello spazio, di assoluta aderenza alle sue funzioni, di originale collegamento tra il piazzale ed il parco'.
Di ispirazione berniana deve invece considerarsi l'impostazione prospettica dei due emicicli che si sviluppano innanzi alla Reggia e che raccolgono intera la visione della lunga facciata.
La facciata della Reggia, eseguita parte in travertino di S. Iorio e parte in laterizi, si sviluppa su di uno schema straordinariamente orizzontale composto da un basamento e da un maestoso ordine composito cui fa da chiusura, in alto, un attico scandito da piccole finestre e ombreggiato da un cornicione sormontato da una balaustrata.
Ai due angoli e nella parte centrale la facciata avanza leggermente per brevi tratti evidenziando l'ingresso principale e le due estremità del fabbricato. Il movimento ad arco della porta centrale è ripetuto, nella parte superiore, da una nicchia aperta tra finestre con timpani triangolari o semicircolari e coppie di colonne scanalate che reggono il maestoso frontone a timpano. Il palazzo si sviluppa per una altezza totale di m 41, ha 1.200 vani illuminati da 1742 finestre delle quali ben 241 si aprono sulla facciata anteriore ed altrettante su quella posteriore. Quasi tutte le stanze sono fornite di caminetto per il riscaldamento, di modo che i canali dei tiraggi, attraversano in tutti i sensi le murature e sui tetti si contano 1026 fumaioli. Tutti i vani sono coperti da volte di ogni forma e tipo: a crociera, a vela, a padiglione, a botte, a catino, a scodella ecc., ciò ha imposto di costruire le mura esterne, che formano la cassa dell'edificio, dello spessore di m 3,50 al pianoterra. La copertura del palazzo è a tetto con due falde, di altezza costante, le cui incavallature sono di legno abetone della Sila. Ogni elemento è composto da due puntoni rinforzati, tre monaci e un tirante. Queste capriate sono intercalate da quelle miste di muratura e legname, in questo modo, il tetto è sorretto da 76 elementi dl primo tipo e 64 del secondo.
La copertura del tetto, è formata con tegoloni e canali, provenienti dalle fornaci di Portici, come anche i quadroni per i pavimenti, messi in opera dai valenti maestri Zappi e Rossi. I lavori di carpenteria e falegnameria, furono eseguiti dal maestro tedesco Antonio Ross, il quale si dimostrò così abile, da riscuotere la piena fiducia del Vanvitelli, che gli affidò lavori delicati e importanti. A lui successe il figlio Francesco, al quale seguirono i figli Alessandro e Carlo.
Sulle quattro basi di travertino esistenti ai lati dell'ingresso principale dovevano essere collocate (ma non furono mai realizzate) statue illustranti la Giustizia, la Magnificenza, la Pace e la Clemenza.
Subito dopo il cancello centrale una superba galleria a tre navate (alta e larga la mediana, più strette e basse le laterali), conduce all'ottagono centrale ove fasci di colonne di pietra di Bigliemi (Sicilia) reggono forti arcate creando passaggi ai quattro grandi cortili e - sulla destra - al maestoso scalone a tenaglia ove marmi policromi compongono pregevoli effetti decorativi.
Oltre l'ottagono la galleria continua il suo cammino fino a perdersi nella verde prospettiva del parco con un movimento scenografico stupendo.
A sinistra dell'ottagono centrale, proprio di fronte allo scalone, una colossale statua di Ercole, trasportata da Roma nel 1756 e ritenuta opera dello scultore ateniese Gliconio, nasconde l'ingresso di un passaggio coperto che consente di raggiungere il ridotto del Teatro di Corte e il grande vano cilindrico ove fu iniziata, ma non completata, una seconda imponente scala per uso esclusivo dei reali i quali avrebbero potuto così raggiungere gli appartamenti senza attraversare le sale di rappresentanza.
Nelle nicchie laterali all'Ercole, vi sono le riproduzioni di antiche sculture, altre riproduzioni sono poste alla destra e alla sinistra del grande arco di accesso alla Scala Regia.


La Galleria Subito dopo il cancello centrale, una galleria a tre navate, una centrale per le carrozze e due laterali per i pedoni, conduce all'ottagono centrale dove fasci di piloni in pietra reggono le arcate, creando i passaggi ai quattro cortili interni e, sulla destra, al maestoso scalone a tenaglia. Oltre l'ottagono, la galleria continua il suo cammino fino a perdersi nella verde prospettiva del parco con uno stupendo movimento scenografico. A sinistra dell'ottagono centrale, di fronte allo scalone, una colossale statua di Ercole proveniente da Roma, rinvenuta acefala nelle terme di Caracalla e venuta in possesso dei Farnese, passò in eredità ai Borbone che la collocarono nella Reggia.


La Scala Regia Lo scalone che immette nel Vestibolo Superiore e, quindi, agli appartamenti reali e alla Cappella Palatina, è impostato, inizialmente, su di una sola rampa della larghezza di m 7,70 in cui i gradini sono ricavati da blocchi di lumachella di Trapani.
Dal ballatoio, alle spalle dei due magnifici leoni in marmo bianco di Carrara (quello posto a destra di chi sale è opera dello scultore Tommaso Solari e quello a sinistra di paolo Persico), il Vestibolo Superiore è raggiungibile mediante due rampe larghe m 5, le cui pareti (come del resto, quelle della rampa centrale) sono rivestite da marmi grigi provenienti dalle cave di San Mauro e San Sebastiano sul monte Petrino, presso Mondragone, e da una impiallacciatura dello spessore di circa un centimetro di marmi rosa a macchie chiare provenienti da cave siciliane. I marmi furono segati, aperti e monatti su blocchi di piperno nelle segherie fatte allestire dai Borbone lungo l'attuale vialone Carlo III, nei pressi della reggia. Le modanature sono in marmo bianco di Carrara, mentre i balaustri sono ricavati da blocchi di marmo di Vitulano.
A chiusura della prima rampa, alle spalle dei leoni, la parete presenta una porta e, in alto, un nicchione con una statua di Tommaso Solari simboleggiante la Maestà Regia; a destra di chi guarda vi è la Verità e a sinistra il Merito, due sculture eseguite in gesso non patinato da Gaetano Salomone e Andrea Violani.
La porta immette in una scala di servizio realizzata per consentire ai maestri d'orchestra di poter raggiungere agevolmente lo spazio esistente fra le due volte dello scalone; spazio dal quale i musici, nelle serate di ricevimento, eseguivano, non visti, composizioni del maestro di Camera e Cappella Giovanni Paisiello, personale amico di Ferdinando IV, e di altri artisti preferiti dai Borbone.
Sulla prima volta (quella con l'apertura centrale) Girolamo Starace Franchis dipinse nel 1769 i medaglioni con le quattro stagioni; sulla seconda lo stesso autore eseguì a fresco, nel grande ovale ben visibile dalla rampa mediana dello scalone, La Reggia di Apollo.


Vestibolo Superiore Salendo una delle rampe laterali si giunge al Vestibolo reso luminoso da quattro finestroni aperti sui cortili. Il Vestibolo, a pianta ottagonale, assume, nella parte centrale e mediante un passaggio delimitato da otto fasci di pilastri, lesene e colonne d'ordine ionico, un movimento circolare evidenziato maggiormente dalla volta decorata a scomparti geometrici deformati dalla sollecitazione di una immaginaria forza rotante.


L'acquedotto Carolino Fin dall'inizio dell'opera, alle difficoltà di ordine tecnico immediatamente si aggiunsero complicate e laboriose pratiche burocratiche per acquisire la disponibilità delle acque. E' il caso di ricordare l'acquisto delle sorgenti del Fizzo, di proprietà della mensa arcivescovile di Benevento, avvenuto per atto del notaio Giovanni Ranucci il 18 marzo 1753. L'arcivescovo di Benevento Francesco Pacca ricevette, per la cessione, novemila ducati.

Per maggiori informazioni sito ufficiale Reggia di Caserta.